Un tempo il Tirso era percorso stagionalmente dalle specie migratrici, intente a risalire l’asta fluviale  alla ricerca degli habitat acquatici più idonei alla riproduzione  (nel caso delle specie anadrome cheppia e lampreda di mare) o all'accrescimento di giovani individui fino allo stadio adulto (nel caso dell’anguilla, specie catadroma): tale ruolo storico del Tirso come corridoio ecologico è stato però compromesso con la costruzione di una sequenza di importanti sbarramenti (dighetta di Santa Vittoria, dighe di Pranu AntoniCantoniera) con cui è stata imposta la regimazione idraulica artificiale del fiume.


SV_Santa Vittoria
La traversa fluviale sbarra il fiume Tirso a S. Vittoria, tra i comuni di Ollastra e Zerfaliu (prov. Oristano). Il progetto fu redatto nel 1927 ed i lavori furono ultimati nel 1930. La lunghezza del suo coronamento è di 180 m; la sua altezza è di 15,25 m. Dista circa 27 km dalla foce del Tirso.




Pranu Antoni
La costruzione della traversa fluviale a Nuraghe Pranu Antoni fu terminata nel 1983. Lo sviluppo del coronamento è di 240 m, di cui 112 m costituiti dalla parte tracimabile e 128 m dalla parte insommergibile. La diga è alta 20,8 m. Localizzata a monte della diga di S. Vittoria dalla quale dista circa 14 km.



Cantoniera
Diga muraria a gravità, a speroni e a vani interni. Il progetto venne redatto nel 1978; i lavori per la sua costruzione iniziarono nel 1982 e furono ultimati ad ottobre del 1996. La diga è alta 100 m; lo sviluppo del coronamento è di 580 m. Realizzata sull'asta principale del Tirso a circa 2,7 km a monte della diga di Pranu Antoni.   


La frammentazione del continuum fluviale e la modificazione del regime idraulico non potevano che risolversi in un’alterazione della biodiversità ittica del fiume Tirso, in particolare a scapito proprio delle tre specie citate che più di altre necessitano di percorrere liberamente in risalita o discesa i corsi d’acqua del bacino, per svolgere fasi chiave del loro ciclo vitale


In un quadro comune di declino demografico, testimoniato da pochi e discontinui dati pregressi (Cottiglia, 1968), da alcune indagini ittiologiche (Massidda et al., 1996) e segnalazioni raccolte negli ultimi decenni, i destini delle tre specie native sembrano essere andati via via diversificandosi fino all'assetto definibile “ante 2015”, di seguito riportato.


Anguilla - non del tutto scomparsa dal Tirso, per lo meno presente nel tratto a valle della dighetta di Santa Vittoria. A monte di quest’ultima si registravano solo segnalazioni sporadiche, a dimostrazione di una quantomeno prevalente invalica-bilità dello sbarramento da parte di ceche e ragani in risalita (in funzione delle condizioni idrauliche del corso d’acqua).  

Riguardo alla situazione a monte, dove si estendeva l’areale originario della specie, la presenza era conside-rata rara nelle acque del fiume Massari, principale immissario dell’invaso di Pranu Antoni.


Cheppia - detta saboga, un tempo specie oggetto di pesca; rivestiva localmente una certa importanza economica ed alimentare. Le sue carni, considerate discretamente saporite, erano storicamente apprezzate dalle popolazioni della valle del Tirso. Se da un lato non si avevano da decenni anni segnalazioni di migrazioni fluviali lungo l’asta principale del basso Tirso, dall'altro era stata localmente segnalata la presenza di esemplari in ambiente lacustre.

che_La popolazione “landlooked” di A. fallax del lago Omodeo, adattatasi a compiere l’intero ciclo biologico nel bacino lacustre in segui-to all'isolamento forzato dal mare imposto dagli sbarramenti artificiali, era stata oggetto di un importante approfondimento scientifico (Cottiglia, 1963). Gli studi  effettuati ricondussero questa popolazione alla forma sedentaria di A. fallax all'epoca nota alla comunità scientifica con il nome più preciso di agone. Pare che di agone, o comunque di forma lacustre della cheppia, si trattasse anche il nucleo di A. fallax segnalato, a metà degli anni ’90, nell'invaso di Santa Vittoria (Massidda et al., 1996).

In questo caso dunque, accanto alla grave scomparsa della forma anadroma della cheppia, era stato registrato un fenomeno di grande interesse scientifico, ovvero la generazione - in tempi relativamente rapidi - della sua forma sedentaria lacustre. Quest’ultima è tuttora oggetto di studi da parte di ittiologi interessati a scoprire le dinamiche, i meccanismi e le condizioni con cui si verifica un tale fenomeno di adat-tamento dalla vita diadroma a quella potadroma. Interessante risulta anche l’opportunità di effettuare una caratterizzazione genetica di tali popolazioni.


Lampreda di mare - le ultime segnalazioni della sua presenza nelle acque del fiume Tirso risalivano ai primi anni ’70 del secolo scorso, allorquando erano state registrate alcune catture immediatamente a valle della dighetta di Santa Vittoria (Massidda et al., 2008).

                      

Specie ampiamente eurialina, occupava diverse tipologie ambientali durante il suo ciclo vitale. Gli adulti sessualmente maturi, dal mare, risalivano il fiume fino ai tratti medio-alti alla ricerca dei siti riproduttivi caratterizzati da corrente vivace e idonei substrati ghiaiosi. Al termine della riproduzione gli adulti morivano. Le larve (dette ammoceti) vivevano infossate nel substrato fango-sabbioso per diversi anni; in seguito andavano incontro a metamorfosi e seguivano la migrazione verso il mare, dove completavano la fase trofica e vi rimanevano fino al raggiungimento della maturità. 


Da tale premessa sono scaturite le considerazioni che hanno motivato la proposta progettuale, e ne hanno determinato l’impianto concettuale:

  • il fiume Tirso ha perso il suo originario e naturale ruolo di corridoio ecologico per specie ittiche di grande importanza conservazionistica a livello europeo, a seguito - in primis - dell’interruzione della continuità fluviale causata da interventi antropici;
  • nonostante sia assodato un quadro generale di grave declino delle specie ittiche target di progetto, non si dispone di dati ittiologici quali-quantitativi che siano in grado di descrivere ed aggiornare tale situazione;
  • quello del Tirso non è un caso isolato, ma, di fatto, il decremento demografico delle specie migratrici (dovuto in primo luogo alla frammentazione fluviale) è un fenomeno che lo accomuna alla stragrande maggioranza dei corsi d’acqua sardi e mediterranei che rientrano nell’areale originario di tali specie;
  • lo studio, la progettazione e la realizzazione di dispositivi atti a consentire la risalita dei pesci in corrispondenza di sbarramenti trasversali artificiali sono stati, negli ultimi anni, oggetto di interesse tecnico-scientifico e materia in grande fermento. Proprio la progettazione e la realizzazione di sistemi di risalita idonei a cheppia e anguilla sono argomenti estremamente attuali in Europa; non sono pochi i casi di realizzazione di dispositivi specifici per anguilla soprattutto in Francia. Per quanto riguarda l’Italia meritano particolare menzione gli interventi previsti dal progetto LIFE PARCPetromyzon And River Continuity” (Parco Montemarcello-Magra). In Sardegna sono stati recentemente collocati due dispositivi di risalita per anguilla sulle dighe di Casteldoria e Muzzone (fiume Coghinas);
  • per la conservazione di popolazioni di Alosa, l’allestimento di aree di frega artificiali viene indicato quale soluzione alternativa alla realizzazione di passaggi per pesci (IUCN, 2013).

 

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